Kithira e le isole

Kithira e le isole

di Alberto Angelici

AMICI CAMPERISTI, un saluto da Alberto il camperista.

La Grecia, ma soprattutto le isole greche, hanno rappresentato per me, come per tanti della mia generazione, la più naturale delle destinazioni vacanziere.

Per almeno cinque, ottime ragioni: vicine all’Italia, economiche, clima splendido, tanto mare e, soprattutto, tantissime ragazze del nord Europa!
In realtà nelle Cicladi e nelle Sporadi ci andai già da adolescente con i miei genitori. In seguito ci sono tornato una quantità di volte, negli anni dell’università e anche dopo, con moglie e figli.

Conosci Kithira?
 È l’isola greca (una delle 14) che avrebbe dato i natali ad Afrodite/Giunone/Venere
Si trova a 14 miglia marine dal Peloponneso, e a metà degli anni ’90 era frequentata soprattutto da ateniesi.
Noi l’abbiamo scoperta per caso, facendovi tappa con una nave della Costa Crociere.
Non mi dilungo sull’aspetto croceristico della vacanza. Anche se so che a molti tale formula soddisfa, il trovarmi gomito a gomito con altri duemila croceristi a dover scegliere se pranzare con il turno A o con il turno B non risponde al mio concetto di vacanza. Ma, ripeto, è solo il mio parere.
Tuttavia, in quelle poche, striminzite ore dell’escursione a terra, l’isola suscita in me particolari, inaspettate emozioni e mi riprometto di tornarci presto.
E’ così che il 1° agosto dell’anno successivo, assieme a mia moglie e a una nostra amica, ci imbarchiamo ad Ancona con il fuoristrada e l’attrezzatura da campeggio diretti a Patrasso, via Igoumenitsa.

Poi Corinto e il Mani, una strana regione, arida e lunare ma affascinante, fino a Neapolis, da dove parte il piccolo traghetto che in pochi minuti conduce all’isola.
Altri traghetti partono da Gythion e altri ancora da Kissamos, sull’isola di Creta.
Una grande mandorla screziata di marrone e di verde, sospesa nel mare assurdamente blu, variegato di turchese e di un delicato verde-azzurro sulla linea costiera. Così dall’aereo ci apparirebbe Kithira, dopo un volo di circa 35 minuti da Atene. 
Per i veneziani che la occuparono attorno al 15° secolo e la tennero fino alla metà del ‘700, era Cerigo, Citera in italiano.

È una terra mediterranea, ammantata di una vegetazione che lungo la costa i venti modellano in forme sinuose e arcane.
Le zone interne, invece, e le profonde fenditure, a nord e a sud, sono il regno di pini marittimi ed eucalipti dall’aria smorta e piagnucolosa.
Altrove sono i lecci e i ginepri a dominare, oltre a rosmarini, aneto, salvia selvatica, gerani spontanei e ciuffi di capperi ovunque ci siano vecchi muri sbrecciati o una pietraia a fare da tutori.
E poi fichi, a volte tentacolari come animali fantastici e ulivi, una moltitudine di ulivi spesso secolari e contorti in fogge che il colore cinerino fa sembrare scolpite nella pietra. Non è grande, l’isola, circa 35 chilometri da nord a sud e forse una ventina da est a ovest; scarsi gli abitanti, quanti ne entrano in cinque condomini delle nostre città. In altre epoche furono di più ma nel secolo scorso in molti sono emigrati in Australia.

Poco considerata, per fortuna, dal turismo di massa, Kithira vede, soltanto nelle due settimane centrali di agosto, la presenza di famiglie provenienti soprattutto da Atene, oltre a una discreta rappresentanza di nostri concittadini.
Del resto l’isola poco può offrire a chi cerchi svaghi quali le discoteche, quattro o cinque in tutto. Alcune belle spiagge, una delle quali frequentata anche da naturisti (Avlemonas) ma priva di alcuna indicazione stradale, varie mini-calette raggiungibili solo dal mare, una grotta ricca di variopinte formazioni, una ventina di piccoli ristoranti dove mangiare pesce alla griglia freschissimo o insalate con olive, pomodori, cetrioli, cipolla e formaggio feta.

Sono arredati sommariamente e ricavati da vecchie case imbiancate a calce o sotto tettoie che ibiscus e buganville striano di rosso, arancio e viola.
Le strade serpeggiano sinuose seguendo le curve di livello e sembrano ignorare completamente il concetto stesso di rettilineo.
Sono strette, quasi assente la segnaletica, alcune ancora sterrate. Frequenti gli incroci, che sembrano nati per caso laddove un pastore decise di alzare un ricovero per le pecore o accanto a una delle innumerevoli, minuscole chiese che punteggiano di bianco il panorama.

Una viabilità arcana e irrazionale che da noi provocherebbe ogni giorno dozzine di incidenti e che invece qui è più che adeguata allo scarsissimo traffico.
Non è infrequente imbattersi in piccoli gruppi di asini bardati con cesti di ortaggi, cocomeri o cumuli di pietre, condotti da personaggi baffuti o da scugnizzi scalzi che sembrano scappati da una commedia del grandissimo Eduardo.
Tutto contribuisce a conferire al paesaggio un’aria senza tempo e i ritmi sono sincopati, cloroformici per chi è avvezzo a ben altre cadenze.
Dossi, crinali e vallette sono di continuo segnate da trine di muri a secco, nati dalla doppia necessità di liberare i pascoli dal pietrisco e nel contempo delimitare le singole proprietà, così che il territorio sembra un immensa coperta patchwork preparata per un popolo di freddolosi giganti con ciò che è rimasto del mondo.
Taluni sbarramenti appaiono malandati, a volte inalberano gibbose formazioni di fichi d’ India; altre volte i lunghi serti delle viti, abbandonate al proprio destino, vi hanno cercato supporto e, caparbie, offrono al passante radi grappoli di uva dolce come miele.

Le foglie, verdissime e chiare e il rosato degli acini creano allegre ferite nell’irsuto progredire dei rovi che nulla possono contro il vigore delle viti.
Dopo chilometri di viottoli, attraverso un paesaggio disabitato e silente, capita d’imbattersi in piccoli borghi, stretti alla piazza su cui s’affaccia la chiesa dalla cupola azzurra e ombreggiata d’eucalipti.
Poche e vecchie, le botteghe, oltre all’immancabile bar con i tavolini e le sedie impagliate, ritrovo e centro focale della comunità, ombreggiato dall’immancabile rampicante.

Pòtamos, nella parte centro-settentrionale dell’isola è, con i suoi 500 abitanti, uno dei centri più importanti e vitali. Lì, sulla lunga piazza triangolare, si svolge da secoli un mercatino domenicale che vede pastori e contadini offrire su stuoie stese a terra o su improvvisati banchi la loro merce: patate incrostate di terra, pomodori, trecce d’agli e cipolle, miele straordinario, cesti di giunchi.
In mancanza dello spauracchio di un’inesistente ASL, tutto è proposto senza particolari modalità igienico-sanitarie e l’allegra confusione che mi circonda sembra tratta da immagini del nostro meridione di mezzo secolo fa.
Lungo il perimetro della piazza e all’ombra di alcune piante vetuste, espongono alcuni personaggi dall’aria fricchettona. Gioielli in argento e pietre dure, stuoie di lana tinta a colori naturali, cappellini annodati all’uncinetto, piccoli oggetti fatti e dipinti a mano di sapore vagamente hippy che ricordano gli anni sessanta, le comuni e le adunate oceaniche alla Woodstock.

A ridosso del vecchio muro a calce, alcuni cesti di foggia strana attirano lo sguardo. Panciuti e solidi, mostrano i segni di un uso prolungato.
Li guardo, ne impugno uno…
<< Old baskets …tipically made for grapes and fruits…vecchi cesti, in origine fatti per contenere uva e altri frutti >>
La voce ben impostata e profonda mi fa girare all’istante verso l’uomo alto e abbronzato. Forse 60 anni, capelli portati indietro e appena brizzolati, sorriso ampio e occhi azzurri come le cancellate che in nord Europa ravvivano i colori al posto di un cielo perennemente plumbeo.

Edwin è tedesco di Stoccarda e assieme alla moglie si gode al sole di Kithira la pensione che integra con la vendita di oggetti trovati gironzolando per le isole vicine. In realtà di anni ne ha settanta, incredibilmente ben portati e, racconta divertito, ogni anno festeggia in pompa magna il giorno in cui regalò il guardaroba invernale al fratello, che restava in patria.
La casetta che ha qui è piccola, racconta, rispetto all’appartamento in Germania, ma sufficiente per le loro necessità.
<< Quel che non c’è non può rompersi e neppure occorre spolverarlo o tenerlo in ordine – aggiunge e il suo sguardo un po’ guascone scivola carezzevole sulle curve levigate di due ragazze che ci passano accanto – … e la lunga stagione calda offre più di un vantaggio – conclude con tono ironico >>

Nena Parkes, una simpatica inglese che da anni ha messo radici a Kithira assieme alla figlia sedicenne, ha un piccolo bazaar, gremito di cose variopinte e di buon gusto, spesso nate dalla sua creatività artistica che traspare anche dai decori a stencil con cui ha saputo ingentilire crepe e deformità dei muri.
La bottega si trova alla fine della piazza, dopo l’ufficio postale, tra vecchi edifici male in arnese che si sorreggono a vicenda con la fierezza di anziani che rifiutano il braccio dei nipoti. Impotenti a nascondere le malefatte del tempo, acquistano dignità e freschezza grazie alle mani di calce e ai rampicanti che con i loro colori accesi coprono le ferite più evidenti
A pochi passi dalle sue strette vetrine contornate di azzurro cielo, si apre Vassili’s Nautic Store, il più vecchio negozio del paese: un’arruffata congerie di attrezzature navali, cordami, carpenterie, tubi, vecchie bussole, pulegge e carrucole, motori elettrici, gialle cerate e un’infinità di componenti e oggetti in qualche modo legati al mondo della nautica. Il tutto uniformemente coperto da una spessa coltre di polvere che conferisce ad ogni cosa il medesimo colore grigio.
In stridente contrasto con questa immagine d’altri tempi, proprio accanto agli screpolati stipiti di un paio di anni fa è sorto un caffee-shop, gestito da un gruppo di teen-agers che fanno la spola con i tavolini sistemati al centro della piazza.
Sotto una doppia fila d’alberi, anche la sera ci si può godere il fresco sorseggiando una granita o un aromatico ouzo alla luce delle lampadine che a festoni pendono dai rami.

La parte secondo me più vitale e bella dell’isola resta però all’estremo sud, attorno alla doppia baia di Kapsali con le ampie baie gemelle che sembrano seni colmi ed invitanti.
Sul fondo delle due insenature, una spruzzatina di basse costruzioni multicolori precedute da verande fiorite.
Poche le imbarcazioni, in gran parte barche da pesca, poco più che scialuppe. Dipinte di azzurro e giallo, verde e rosso stanno alla boa in rada, simili a quelle dei fumetti di Topolino.
Accanto a un basso muretto, chiazzato di capperi siede un vecchio pescatore che con gesti misurati ripara una rete stesa davanti a lui come lo strascico di una sposa.
Al nostro passaggio alza lo sguardo ombreggiato al nero di una coppola stinta.
Ci fissa con occhi azzurri e calmi e i pochi denti sono appena sufficienti per illuminare il viso rugoso e scuro di un sorriso dal quale esce un rauco kalimera, cioè buongiorno.

Sulla sinistra la costa è alta e rocciosa, segnata da sottili lingue di sabbia bianchissima.
Lungo il pendio poche case sparse e una microscopica, chiesa che luccica candida sullo sfondo scuro della pietra retrostante e, più su, la capitale Hora (o Khora) che la sovrasta dall’alto di una rupe.
Le costruzioni, piccole e bianchissime e con porte e finestre azzurre, sono dominate dai resti del castello comprendenti non solo le fortificazioni di epoca veneziana (15° secolo) ma alcune altri ben più antichi edifici, (13° e 14°sec.), un paio dei quali destinati al culto.
Splendido il panorama che si può cogliere dalla sommità delle mura: le due baie, la sottile elisse di case che le sottolinea e ne costituisce il setto separatore, il ripido sperone roccioso che sorge a circa un miglio dalla costa e tutta la zona circostante, fatta di piccole insenature e promontori, in parte coperti dalla macchia mediterranea, in parte di nuda roccia bruna.

Kithira NON è isola per tutti.
È luogo adatto a chi pretende moltissimo o, dipende dalla prospettiva, la terra ideale per chi s’accontenta davvero di poco.
NON è per i cultori della mondanità, per chi concepisce la vacanza come sinonimo di shopping.
NON per chi ama fare le ore piccole in discoteca, per chi vuol sfoggiare mises firmate o accessori costosi.
Kithira non è neppure adatta a grossi camper. L’unico campeggio, il Camping Kapsali, si trova in una pineta sopra la doppia baia, a 400 metri dalla spiaggia.
Non tanto grande, è adatto principalmente a tende e non può ospitare più di tre camper e neanche tanto grandi. Telefono: 0030-2736031580 oppure 2736031213.
Mi è stato però detto che spesso al telefono non risponde nessuno e in ogni caso non accettano prenotazioni. Non c’è market quindi per ogni necessità in 5 minuti si scende alle case di Kapsali.

Kithira è per chi sa e vuol vivere una terra dal profumo antico, nella semplicità di un pomidoro tiepido mangiato a grugno in riva a un mare che senti tuo e non d’altri, nel tramonto infuocato di una scogliera segnata da due chiesine bianche grandi come cabine telefoniche, nella pace di secolari ulivi contorti che sfidano il salino a due passi dall’acqua, nella continua scoperta di ritagli d’orti rigogliosi nelle pieghe del terreno dove acqua e riparo offrono possibilità di vita migliore.
Kithira è raccogliere tracce dolcissime di grappoli sui resti abbandonati di antiche vigne accanto a un rudere che fu casa e piccoli fichi che trovi seguendone il profumo intenso e fai di tutto questo un pranzo mentre stai nudo in mezzo metro d’acqua limpida.
Kithira è una dama bella e intelligente che ama piacere a chi l’apprezza ma preferisce restare ignota a chi non sa goderne i pregi.
Kithira ha l’anima minimalista e così andrebbe vissuta. Con un camper o una tenda, al limitare di una spiaggia deserta, l’amaca tesa tra due ulivi e il poco d’altro che serve per amare ciò che ci circonda.

La mattina un tuffo, quando il mare è una lastra lattiginosa e densa, il resto del giorno a godere profumi e colori, la sera davanti a un fuoco di legna raccolta tra i ciottoli della riva che raffredda lentamente sotto i nostri piedi ancora nudi.
Kithira è questo e molto ancora. Se ti basta.
Tutto attorno è la tipica vegetazione mediterranea, fatta di rosmarini e salvia, bassi pini, lecci, eucalipti, grandi gerani spontanei e capperi in fiore. Sono immobile sulla riva, mi guardo intorno e intanto la pelle irradia sensazioni intense e strane. Percepisco quell’isola differente da ogni altra visitata prima. Mi sento a un tempo nervoso e pervaso da una strana pace. Assurdo. Mi guardo intorno, mentre polmoni e occhi si colmano di profumi e colori, come un assetato davanti a un fonte.
Sui muri s’aggrappano le bouganville, rami come tentacoli, accesi di rosso e viola e arancio.

Non e’ grande, Kythira. A forma di ovale, è percorribile tutta da nord a sud in due ore e da est a ovest in meno di una. Stradine sterrate che serpeggiano ovunque, su e giu’ per colline sulle quali il disordine della vegetazione spontanea si alterna a macchioni di eucaliptus e a campi di ulivi ordinati in geometriche scacchiere grigio-verdi che approfittano di ogni piega del terreno per proteggersi dal vento.
Il terzo giorno, vagando verso il mare, troviamo una spiaggia stupenda sulla costa est.

E’quella di Palaiopoli lunga forse tre km e delimitata alle due estremità da grandi rocce verticali. Poche persone, due bambini e un buffo cagnetto tutto pelo sale e pepe che corre come un razzo, avanti e indietro. Il più vestito è lui, che porta il collare.
Andiamo in esplorazione e a pochi metri da una delle rocce verticali, scopriamo una micro – insenatura, protetta da un grosso scoglio a pochi metri dalla riva.
Non lontano una famiglia campeggia silenziosa, le due canadesi all’ombra di un ulivo contorto, immenso e così antico da sembrare scolpito nella pietra.
Acqua bassa e trasparente, in tutte le sfumature del verde e dell’azzurro, sciaborda languida con lieve mormorio e le iridescenze preziose di certi vetri di Murano.
Alla base della parete rocciosa montiamo la tenda, dove il mare ha scavato un incavo, quasi una grotta, e lì, nella fresca ombra, sistemiamo le nostre cose: acqua fresca, pesche, fichi, pane e dei bellissimi pomodori dolci e grandi come un pugno.
Nudi, come i primi abitatori di un mondo nuovo, entriamo in acqua tenendoci per mano.

In alto un paio di gabbiani dondolano come aquiloni e il loro verso stride come il gesso su di una lavagna di scuola.
Acqua fresca e lieve bacia la pelle in ogni piega.
Il paradiso? Non so, ma certo lì ci si sente davvero in pace col mondo.
Nell’acqua bassa, con i sassolini che ci segnano la schiena ad ogni movimento, poi sulla sabbia calda, mangiamo fichi e pane al limitar della grotta.
Abbandonato sulla riva trovo un buffo aeroplanino ricavato da un frammento di legno portato dal mare.
Un ferretto regge l’elica che un temperino ha ottenuto da un tratto di canna.
Lo tengo alto nella brezza leggera e l’elica frulla veloce con un suono che ricorda una vecchia cinepresa in azione.
Mare e sole, ricordi struggenti e dolci come quei fichi, sapidi come quei pomodori, come il sale sulla pelle di Anna.
La chiamo “la mia saliera”, lei finge di arrabbiarsi se le strofino pezzi succosi e rossi sulla pelle rovente dove il sale ha già lasciato un velo bianco…

Il giorno della partenza, prima di lasciare quella spiaggia, nascondo sotto la sabbia un pezzo di legno antico con i nostri nomi incisi sopra.
E’ ancora lì, ne sono sicuro, pegno per una nuova, futura vacanza in paradiso.

Buoni km a tutti da Alberto Angelici, CAMPERISTA ITALIANO.


 

Alberto Angelici

Viaggiare, per lui,  è propedeutico a tutto il  resto,  quale strumento indispensabile per conoscere il mondo, nuove situazioni, persone... Guardare, vedere, ragionare, comprendere, conoscere, amare, crescere è  il paradigma della sua vita.