Rimini

Dove Andare
6 Agosto 2020

Rimini

di Alberto Angelici

AMICI CAMPERISTI, un saluto da Alberto Angelici.

Un sabato invernale, dopo una riunione interminabile e noiosa come una nevralgia, alle 17 Anna ed io siamo fuggiti con il camper.
Non avevamo una meta, alcun’idea della destinazione ma, solo e impellente, il desiderio di cambiare aria.
Autostrada A14, Bologna-Bari-Taranto la chiamano nei bollettini di Isoradio e in effetti fin laggiù arriva.
Noi però ci saremmo fermati prima, anche perchè due giorni dopo saremmo dovuti ritornare, aihnoi, alla base.
Rimini, ho pensato. Rimini è l’unica località della costiera romagnola a possedere un centro storico, una bella piazza, Piazza Cavour, grande e sempre gremita, chiusa all’estremità nientemeno che da un sontuoso arco di augustea memoria, all’altezza della Circonvallazione.
C’è anche il mare, ovviamente, un mare che, nascosto sotto una coltre di corpi d’estate, nella stagione invernale si nobilita e riacquista il suo fascino primevo.

Rimini sia, allora, e poco più d’un’ora dopo, sono solo 120 chilometri, arriviamo al lungomare.
Il grigio domina, assoluto.
In mille sfumature satura ogni fondale, vincendo sugli altri colori.
Il cielo è grigio, uniforme e denso come velluto.
Grigio l’orizzonte, reso vago e indistinto dalla nebbia che ruba linee e demarcazioni.
L’aria stessa sembra grigia e perfino la rena appare in perfetta nouance con il colore sovrano di tutto, così che non vi è alcuna soluzione di continuità.
Il movimento soltanto, in contrasto con l’immobilità, distingue allo sguardo tra liquido e solido, tra mare e spiaggia.
Poche le auto, scarso il passeggio e sistemiamo il camper (Zingaro, l’abbiamo battezzato) ai limiti di un parcheggio che, come una penisola, s’incunea verso l’acqua, il più lontano possibile dal traffico, nei pressi del circolo nautico, a pochi metri dal canale che divide da San Giuliano Mare.
Cappellino alla Nicholson (watch cup, lo chiamano in USA), rigorosamente nero, ma ne ho di blu navy, verde oliva e perfino uno rosso della Protezione Civile, che a volte adopero se cammino sulla strada in condizioni di scarsa visibilità.
Scarpe comode, gilet imbottito e via, Anna combinata allo stesso modo, c’incamminiamo verso il bagnasciuga.
Le ultime luci del giorno cedono alla fitta foschia che ci isola completamente, ingoiando cose e suoni, palazzi e ogni altro segno del mondo circostante. Percorriamo forse un paio di chilometri, incontrando rari passanti, quasi tutti con cane al seguito, poi la voglia di una tazza calda ci risospinge verso la nostra casetta ambulante.
Risotto Knorr con riso carnaroli e porcini, sbrigativo e accettabile, formaggio pecorino senese, clementini freschi freschi e, al termine, tisana con tiglio, salvia, camomilla e altro ancora, non so: buona, aromatica e calda.
Sullo stereo gira, appena udibile, un notturno di Chopin.
La mattina, come sempre, mi alzo alle prime luci, stentate questa volta, per la nebbia che non accenna a stemperarsi.
Approfitto del sonno di Anna, che sotto le coperte è un cumulo ronfante, per uscire in strada, verso il vicino porto canale con la fotocamera.
I pescherecci allineano sulla banchina segnata da grosse, bianche bitte marmoree.
Sono le ultime vestigia dell’antico porto romano, ritrovate anni fa nel corso della ristrutturazione e rimesse in uso.
Portano segni profondi su cui tecnologiche funi in nylon e dacron sostituiscono i canapi dell’antico naviglio a vela che anche venti secoli fa, come e meglio di ora, alimentava i commerci di una popolazione industriosa.
E’ domenica e gli scafi dondolano silenziosi e vuoti, irti d’attrezzature, festonati da reti, tubi in gomma e cime.
Ogni tanto una macchina mi sfila accanto ma il suo rumore scompare in fretta, assorbito dalla nebbia che pare un effetto speciale da film noir e l’unico vero rumore è il ruvido, sommesso strisciare sul cemento dei vecchi pneumatici usati dai pescherecci come parabordi.
Ci sono scafi bianchi di vernice, alti sull’acqua, orgogliosi dell’evidente solidità dell’acciaio inox che brilla nonostante la foschia.
Altri, meno fortunati, mostrano i segni del tempo, saldature rifatte, strie di ruggine, strutture logorate dal lavoro quotidiano in un ambiente aspro e duro come pochi altri.
Due gabbiani sfidano la brezza e l’umido dall’alto di una torretta fitta di radar e antenne radio e inconsapevolmente finiscono in una foto.
Poco oltre, il vecchio faro ottocentesco lampeggia il suo segnale, accompagnato dal lamentoso gemito del corno da nebbia che segnala l’imboccatura del porto.
Brutto affare, comunque, essere in mare ora, se privi di un buon radar, perchè con una tal nebbia poco può, il faro, e il verso della sirena si spande nel grigio ed è arduo capire da dove provenga.
Ovunque, sui ponti dei pescherecci, a terra sulla banchina, bancali di cassette, scatole di polistirolo, rotoli di funi, una fila di stivali gialli in attesa di un equipaggio.
Tutti segni di un’attività solo sospesa e che domani riprenderà, nebbia o non nebbia, con qualunque tempo o quasi, perchè noi a casa si possa preparare un fritto di calamari, una coda di rospo alla griglia o gli spaghetti con le vongole.
Un unico bar aperto, sul lato opposto della strada che lambisce il porto-canale, tra un’agenzia marittima e le vivaci foto che pubblicizzano dei corsi per sub.
L’interno è caldo, profuma di bomboloni alla crema e di caffè espresso.
Anche di dopobarba al mentolo, e il responsabile mi passa accanto mordendo un cornetto.
In un angolo alcuni pescatori discutono di pregi e difetti di non so quale apparecchiatura elettronica.
Uno scuote il capo chiaramente in disaccordo, l”altro sostiene le ragioni della sua scelta, il terzo sfoglia pigramente le pagine rosa della Gazzetta sportiva e, a seconda dei casi, approva o critica.
Volti conciati dal vento e dal salino, mani che sembrano scolpite nel legno completano a gesti la morbida parlata romagnola e resto un poco ad ascoltare, non visto, l’affascinante (per chi ne è estraneo) ma duro mondo di chi va per mare ogni giorno.
Prima di uscire compero una brioche per Anna che di sicuro mi sta già aspettando in camper.
Dopo la sua colazione, altra camminata, questa volta più lunga, sulla spiaggia, a frugare con la punta delle scarpe tra ciò che il mare ha trascinato a riva. A guardare i cani inseguire un bastoncino, incrociando qualcuno che corre e perfino una coppia di cavalieri in groppa a un paio di animali niente male.  Anche loro finiscono nell’ hard disk della digitale.
Rimini d’inverno, il suo mare, la nebbia.
Una realtà differente da quella, ben nota, della più alta concentrazione d’Europa di discoteche, delle spiagge gremite, delle file interminabili in autostrada, della ressa e del rumore.
Una realtà alternativa che, come tante, possiamo trovare andando controcorrente anche solo un poco, cercandola quando gli altri la ignorano, dimenticandosene quando per molti (troppi) diviene imprescindibile.

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buon divertimento e buoni km a tutti da Alberto Angelici, CAMPERISTA ITALIANO.