Napoli

Napoli è una cosa grande

di Alberto Angelici

AMICI CAMPERISTI, un saluto da Alberto Angelici

Napoli non ha bisogno di presentazioni:
“Napule è ‘na camminata int’e viche mmiez’ all’ate,
Napule è tutto nu suonno e ‘o sape tutt’o munno….
Trad.
Napoli è una passeggiata nei vicoli in mezzo alla gente
Napule è tutto un sogno e lo sa tutto il mondo..”
(Pino Daniele)

Napoli è un mondo straordinario e ve lo voglio raccontare.
Se ve la sentite di dedicarmi dieci minuti, lo trovate qui sotto.
Poco giorni fa, ho voluto riservare quasi una settimana a completare il tour campano iniziato a maggio.
Ho deciso di fare base con il camper a Caserta, in un comodo camper service a due passi dalla Reggia (Area Sosta Camper Feudo San Martino) e a cento metri dalla stazione ferroviaria.
Perchè è in treno che andremo a Napoli.
Di Caserta e di Casertavecchia vi parlerò in un prossimo diario.
Intriganti, continui contrasti, fra l’atmosfera marcescente dei caruggi, antichi palazzi angioini, ancora imponenti nonostante l’incuria, il gotico e il barocco di certe chiese, chiasso, confusione, turisti coreani che fotografano anche i muri, ragazzini che in motorino schizzano a slalom fra la gente, un tizio silenzioso e lungo che mi guarda dalla soglia di una bottega, due fidanzati che si fanno un selfie sullo sfondo di un bar.
Caos e disordine che a ogni angolo, ingentiliti dal verde di un rampicante o dall’immagine di un’Antica edicola votiva, creano il miracolo d’un emozione nuova, diventano bellezza.
Ad ogni nicchia d’androne, sulla soglia di bar, pizzerie e botteghe dove il tempo sembra essersi fermato all’epoca di Re Ferdinando, le proposte dei venditori ambulanti, il vocio costante dei capannelli, l’impagabile, unico spirito arguto e leggero dei guitti napoletani.
In alto, fra le finestre, lunghi festoni di camicie e pantaloni appesi ad asciugare sembrano persone che si tengano per mano in attesa del girotondo.
Infiniti tesori, alcuni noti, come il Cristo Velato e la Cappella Sansevero, altri ignoti e sorprendenti come l’inattesa scena che ci si è presentata oltre un dimesso portale secentesco.
Sentite qui.
Saliti due gradini vetusti e consunti mi si presenta davanti una sorta di stretto timpano.
Ancora evidenti, le tracce di un’antica bellezza. Alle pareti, avvisi estemporanei scarabocchiati sui muri, il manifesto strappato di una mostra fotografica, una vecchia bambola di celluloide priva d’una gamba. Molto in alto, al lati dell’ingresso, stanno due seggioline appese a un chiodo.
Chissà perché…
Non più la chiesa, non più la volta forse scomparsa per un crollo in tempi lontani, forse una bomba della guerra.
Davanti a noi un ampio cortile a cielo aperto che prima doveva essere la navata centrale.
Sulla sinistra, un colonnato regge un superstite loggiato.
Sotto, addossate alla parete che ancora mostra vaghe tracce d’affreschi, un paio di vecchie credenze di recupero, un tavolo stinto, sedie spaiate, alcune occupate da buffi personaggi.
Chi chiacchiera, chi sta in silenziosa contemplazione di… cosa non si sa.
Sulla parete di destra, alcune alte nicchie, che in origine di certo ospitavano statue sacre, ora mostrano fitti ciuffi di erbe spontanee, quasi a comporre un bizzarro giardino verticale.
In una piccola rientranza sosta la carcassa rugginosa di un Vespino 50.
Sfiliamo accanto a un camerone, forse l’antica sagrestia?
Un avviso verde a pennello comunica gli orari di una non ben specificata mensa.
Sotto, una differente mano ha aggiunto a matita e in diagonale: “ Oggi pasta e ceci”.
Dal lato opposto, sotto le volte che un tempo proteggevano forse l’altare Maggiore, ci giunge un vivace chiacchiericcio.
Ci avviciniamo e nessuno sembra far caso a noi, salvo un ometto segaligno vestito di scuro che per un momento ci segue con sguardo appannato, intenso nella sua assenza.
Attorno a un vecchio tavolino da bar, a quanto pare è in corso una movimentata partita di carte.
Quattro figure si agitano.
Soprattutto una sembra particolarmente coinvolta.
Lunghi capelli, bianchi e scarmigliati, un viso arrossato, il grosso naso domina un faccione da luna piena.
Proteso in avanti, agita un braccio verso chi gli sta di fronte, berciando parole confuse, mentre l’altra mano batte a pugno sul piano sconnesso, facendo ogni volta sussultare carte, bicchieri e vecchie cose.
Tutt’attorno fa circolo una mezza dozzina di sostenitori, chi seduto su appoggi di fortuna, che in piedi o appoggiato ai muri.
Senza parere, scatto, la mano appoggiata sulla Nikon appesa al collo.
Una varia, colorita umanità, una vera e propria Corte dei Miracoli, bizzarra rivisitazione partenopea dei Miserabili di Victor Hugo.
Una stramba comunità nata, credo, dall’occupazione spontanea e graduale di un edificio abbandonato.
Un giro per Spaccanapoli è un percorso (a ostacoli) lungo la millenaria storia della città.
Qui non ci sono solo i palazzi antichi, le chiese, ma anche le leggende e gli inconfondibili odori della cucina napoletana. Non stupitevi di nulla: lungo il percorso potrete incontrare splendide chiese e famiglie che vivono nei bassi ( modeste abitazioni ricavate al piano terra) , artisti-artigiani e abusivi che vendono di tutto. Da un po’ di anni piccoli hotel e bed and breakfast sono sorti lungo il percorso, permettendo al turista di vivere Napoli proprio come fanno i napoletani. O quasi.
Spaccanapoli è un budello stretto, in cui residenti, turisti e motorini convivono, non molto pacificamente.
Ma non c’è un luogo della città che potrà raccontarvi meglio l’anima di Napoli, la sua essenza che qui si svela senza trucchi.
Spaccanapoli non è una cartolina turistica: è Napoli.
C’è un luogo straordinario alla fine di Spaccanapoli, un Ospedale delle Bambole che dal 1840 si prende cura dei giochi preferiti delle bambine.
Se da piccoli avete avuto qualche problema a guardare film horror in cui la protagonista era una bambola assassina, magari limitatevi a guardare l’ospedale dalla vetrina.
Se invece di problemi non ne avete, entrate e godetevi questo meraviglioso viaggio nel tempo.
Teste, braccia, piedi, occhi, un’intera anatomia delle bambole è disponibile sotto i vostri occhi: alcune bambole sono in cura da molto, altre solo di passaggio e presto torneranno dai loro bambini.
L’idea geniale venne nel 1840 a Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi, lavorava in una stradina di “Spaccanapoli”.
Fu una mamma a chiedergli di aggiustare una bambola rotta e da quel giorno l’ospedale non ha smesso di curare i suoi particolari “malati”.
Il nome venne da una persona del popolo che passando da fuori disse in napoletano, “sembra proprio l’ospedale delle bambole“.
Luigi Grassi prese allora una tavoletta di legno e ci scrisse “OSPEDALE DELLE BAMBOLE” aggiungendo anche una croce rossa.
Da 180 anni quella insegna è ancora lì.
Al di là di Spaccanapoli, città nella città, tanto altro. Il Duomo, il tesoro di San Gennaro, i quartieri spagnoli, con la funicolare al Vomero, la Napoli sotterranea con le grandi cisterne scavate nel tufo in epoca romana e durante la 2da Guerra utilizzate come rifugi antiaerei, i resti del teatro romano, antichi presepi.
Tanti mondi, tutti con tante cose da raccontare, se sai ascoltare, se sai guardare e soprattutto se sai vedere.
Uno dei tre decumani della città, collega in linea retta Forcella con i Quartieri Spagnoli.
La sera, per tornare al BeB, abbiamo preso un taxi: l’autista Francesco pareva uscito da una commedia di un vero figlio di Napoli, il grande Eduardo.
Come ho già scritto qui, i quartieri popolari di Napoli non sono “cosa per tutti”.
Ovvero, per apprezzarli davvero serve trovare sintonia con esso, coglierne il sottile fascino decadente, qualcosa di indefinibile ma che piano piano vi sentite dentro.
Esso scaturisce dagli edifici fatiscenti, dall’opulenza barocca di certe chiese, dall’infima povertà dei vicoli, dall’ironia che puoi cogliere nei sorrisi della sua gente, dall’apparente caos dei mercati, nelle infinite, minuscole botteghe nelle crepe dei muri da dove spesso spuntano rigogliose erbe spontanee e vi chiedete com’è stato possibile. La risposta è semplice: ignoravano che fosse impossibile!
Risali i carruggi dove sorprende non sentire lo sferragliare dei carretti e t’immergi in un’atmosfera senza tempo. Ovunque giri lo sguardo trovi antiche pietre che chissà quanto avrebbero da raccontare, senti crescere in te una sensazione forte che non può che sorprenderti.
Senti e ti convinci che questa Napoli, città un tempo fra le più ricche del Mediterraneo e oggi apparentemente fragile e marcescente, sia in realtà sempre esistita, qualcosa di unico e indistruttibile che sempre esisterà, a dispetto di tutto e di tutti, di guerre e di tiranni, di invasori, terremoti e bombardamenti.
Ti guardi intorno e in quelle ombre, in quelle luci tenui, nei tratti forti di un volto sanguigno, sotto le volte anguste e buie di un vicolo, negli aromi di un basso aperto sulla cucina ti rendi conto di essere finito in un presepe cinquecentesco, dietro le vetrine d’un museo.
PS
Pochissimi i monumenti, nelle foto. Perchè non era quello che di Napoli volevo portare a casa, ma la sua Gente unica.

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Buon divertimento e buoni km a tutti da Alberto Angelici, CAMPERISTA ITALIANO.