Liguria

Dove Andare
22 Maggio 2019

Liguria

di Alberto Angelici

AMICI CAMPERISTI, un saluto da Alberto il camperista.

Arriviamo al tramonto, mentre il sole scende oltre le rocce di Capo Nero.
Rutilanti effetti da discoteca tingono il mare fin dove le ombre lo precipitano in un cupo color petrolio, anteprima del buio imminente.
Ospedaletti è terra di contrasti e di sorprese, stretta da montagne indecise se ingoiarla o spingerla in acqua.

 Per chi proviene dalle nebbiose contrade piemontesi la discesa in territorio ligure offre la meraviglia di una trasformazione che si brucia in pochi chilometri e che, superati gli ultimi contrafforti, piomba il viaggiatore nel tipico paesaggio subtropicale.

Case e palazzi appaiono affogati in una vegetazione lussureggiante che satura ogni piega del terreno fino alle rocce scure su cui rompono le onde con schizzi bianchi di schiuma.
Eucalipti dall’aria smorta s’addossano a ficus elastica (ficus indiano) di dimensioni colossali che poco ricordano la modesta pianta d’appartamento che ben conosciamo.

Sui muri delle case, specie negl’angoli più assolati e protetti, esplodono i colori delle bouganville e delle camelie.
E poi palme, palme d’ogni varietà, anche da dattero, e banani e varietà nane e quelle, altissime, che segnano la via Aurelia nel tratto cittadino chiamato Corso Regina Margherita o più semplicemente Boulevard.
Mandarini, aranci e limoni ravvivano ogni giardino, macchiano le aree verdi pubbliche come fantasiosi disegni di bimbi.

Ne colgo gli aromi intensi mescolati all’acuto profumo di rosmarino e a quello un po’ salmastro e dolce della salvia, mentre a piedi esploro ogni strada che dalla statale scende verso il mare.
Sto cercando una sistemazione adatta al nostro camper, una che non prometta curve a gomito o auto parcheggiate a strozzo sugli incroci.

Dall’alto, mentre sostavamo al semaforo, ho avuto la fuggevole visione di un posto fantastico, proprio sulla scogliera, davanti al centro storico dove schiere di casette addossate l’una all’altra scendono ad anfiteatro verso il mare.

Non m’azzardo, però, a imboccare viuzze così asfittiche nel timore poi di dover affrontare una retromarcia che… solo a pensarci mi viene la pelle d’oca.
Sbuffando ne faccio tre su e giù ma non mi convincono: troppo strette e troppo storte.
Infine, ecco quella giusta: via Cesare Battisti, rettilinea e larga, che dal Boulevard arriva fino a via XX Settembre e di lì al mare.
Un quarto d’ora più tardi entriamo trionfalmente (la soddisfazione che provo mi porta all’orecchio un immaginario frullo di tamburi) su quella che, mi racconteranno poi nei negozi, fino al 2001 era la massicciata dell’ottocentesca linea ferrata che dal confine francese conduceva a La Spezia: 222 chilometri.

 Molti i testimoni dell’antica destinazione.

Alcuni vecchi pali che reggevano l’elettrificazione, ora svettano come tronchi morti, la leva di uno scambio ormai scomparso che sporge incongrua dal catrame come l’arto rinsecchito di uno scheletro perduto.
A completare il macabro insieme, un paio di sghembi cippi in pietra grigia mostrano ancora numeri che ai macchinisti indicavano chissà cosa ma che ora sembrano lapidi semi-divelte di cimitero abbandonato.
Al fondo di quello che al momento pare un lungo parcheggio, la stazione.
Una volta collocato il camper proprio di fronte al municipio, andando a fare due passi scoprirò che pur essendo chiaramente dismessa e abbandonata appare verniciata da poco di un fresco rosa pesca.
Ogni porta, ogni finestra mostra il vuoto seghettato di vetri sfondati e grandi reti da calcestruzzo impediscono l’ingresso ai non addetti.
Nei locali polverosi mucchi di vecchi arredi sfasciati, una scrivania ancora con la targhetta metallica dell’inventario, tipica dell’ufficio pubblico, bidoni bisunti, un paio di panche da sala d’attesa di seconda casse sfondate e, in un angolo, un mucchietto di targhe gialle: agganciate ai vagoni, ne indicavano ai viaggiatori la destinazione finale.

Un carretto portabagagli punta le stanghe al soffitto e le massicce ruote piene cerchiate in ferro pieni sembrano avere ancora tanta voglia di lavorare.

Ricordo i facchini in tenuta del medesimo grigio, il berrettuccio nero e la massiccia tracolla di cuoio che reggeva il borsino dei soldi.
Li vedevo alla stazione di Bologna, ogni volta che con nonna Vittoria andavo verso Cesenatico dove la mia famiglia aveva la casa per l’estate.
Ogni anno, fra aprile e maggio, aprivano i battenti e una donna del posto si occupava delle camere.
Dei facchini ammiravo la solidità, la flemma e i gesti sicuri con cui caricavano bauli e pesanti valigie sui vagoni.
Ma forse la loro era solo noia e la mia fantasia s’inventava il resto.

E’ buffo e surreale guardare una stazione fantasma, completa di tutto meno che di binari, viaggiatori e personale.

Non manca neppure la fontanella, tonda e di ghisa, grigia pur’essa ma secca.
Di sicuro in estate i passeri ci andavano a bere, davanti a quella che forse fu l’abitazione del capostazione.
Sopravvive un giardinetto due metri per due, con l’aria sconsolata di chi da un momento all’altro tirerà i remi in barca.

Non mancano i respingenti al termine del binario morto, anzi traslato.
Il cadavere infatti, traversine e binari, non c’è più, scomparso assieme ai suoi fratelli un tempo vivi e lucidi per il passaggio dei convogli.
In alto, sulla facciata, i bracci di ghisa della pensilina decò.
Gli stessi che per oltre un secolo hanno protetto le acconciature delle eleganti dame sbarcate al sole della Riviera dalle umide contrade del Regno Unito ora incorniciano le effusioni di due cani che insistono a voler garantire un futuro alla loro improbabile stirpe.

Attorno a noi è quasi buio e il crinale boscoso dietro il paese si accende di lucine sparse.

Altre lampade specchiano in mare e danno vita e luce a una risacca sempre più debole.  In alto, striscia, bianco e rosso, il traffico silenzioso del viadotto autostradale.
Tutto questo, inclusi noi e il camper, mi appare per un attimo come la ricostruzione in cartapesta di un presepe post-moderno.
Manca soltanto un balordo che rubi l’agnello in spalla al pastore verso la grotta e in cielo un quadrigetto a mo’ di cometa.
Al suo posto, una gran luna fa risplendere come metallo le lunghe serre della floricoltura sui gradoni della collina, le stesse che negl’anni, assieme al turismo, hanno reso ricca la zona.

Fu nei primi decenni dell’Ottocento che la cultura anglosassone scoprì questi luoghi.

Merito di un oscuro scrittore ligure che, fuggito in Inghilterra ai tempi dei primi moti rivoluzionari, pubblicò un romanzo che aveva come protagonista la storia amorosa di una tal Mary, londinese, con un medico o farmacista del luogo.
L’opera fu un successone e da quel giorno frotte di inglesi sciamarono fin qui, incuriositi ed estasiati dalle descrizioni di un luogo dove la vegetazione era quella dei tropici e ogni estate pareva tutt’uno con quella successiva.
Nel settembre del 1919 capitò da queste parti anche Katherine Mansfield, neozelandese d’origine, scrittrice di grande talento che rinnovò lo stile della sua epoca.

Vi rimase fino alla primavera dell’anno successivo.
Il clima mite pareva offrire sollievo al suo debole organismo minato da una pleurite, prima, e dalla tisi, dopo.
Un almanacco dell’epoca, ancora conservato in originale alla biblioteca comunale, ricorda i bei vestiti della giovane che il marito le mandava per ferrovia dall’Inghilterra, e gli eleganti cappellini alla moda e il sorriso con cui manifestava la sua simpatia per quella gente industriosa e forte.
Abitò fino al gennaio del ’20 la palazzina Deerholm, ora Villa Paradiso, ma ben presto la malattia s’aggravò e la donna, forse seguendo i suggerimenti dei medici, partì per la Francia dove morì, a Fontainbleu nel 1923 a 34 anni.
Nell’opera “Epistolario” del 1920, che raccoglie molta parte della corrispondenza con il marito, la scrittrice ha parole di grande dolcezza e affetto per questa regione rigogliosa e calda “..è un incantevole piccolo paese”, adorno di rose – scrive di Ospedaletti – “il più bell’angolo di terra”, nel quale “tutto si profila sullo sfondo della montagna violetta”. “è come un racconto di fate… il sole aveva il braccio intorno alle mie spalle”.

Antecedente di quasi 50 anni a questi fatti è la sontuosa Villa La Sultana, costruita nel medesimo stile eclettico francese del casinò di Montecarlo del quale è coeva e con il quale ha in comune l’originale destinazione, quella del gioco e dello svago per i ricchi signori che frequentano la costa.

Nel 1884 diviene il primo casinò italiano, e nel 1905 la gestione è rilevata dalla municipalità di Sanremo.
In seguito muta, paradossalmente, in luogo di culto, sede di due cappelle non cattoliche, la “Deutscher Evangelische Gottesdienst” retta dal Pastore Hartmann e la “Church of England” retta dal cappellano Barber.
Cambia ancora ed è circolo privato fino alle soglie della prima guerra mondiale, evento che decreta la fine della cosiddetta Belle Epoque.
Dichiarata nel 1967 monumento nazionale dopo un lungo periodo d’abbandono, oggi, riportata all’originale opulenza, è utilizzata per manifestazioni culturali e mostre.

Semi sdraiato sul sedile del passeggero rivolto ora verso la dinette, mi godo questa pace, aiutato da un buon libro e dal lento cadenzare della risacca pochi metri più in là.

Ogni tanto passa un’auto, qualcuna ci parcheggia vicino, le persone scendono, a volte occhieggiano dalla nostra parte, a volte qualcuno sorride, qualcun altro è perplesso e guardando fisso in avanti passa oltre e sparisce.
Ascolto la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe e quando non la sento più riprendo la lettura, sorseggiando tè bollente e dolce da un boccale di coccio.

La fame ci spinge fuori, intenzionati a trovare un buon ristorante di pesce.
Facciamo uso di un sistema che negl’anni si è dimostrato spesso efficace.
A pochi passi dalla stazione, ai margini di una piazzetta vediamo un bar-pub dall’aria accogliente. Sbircio all’interno.
Un barman asciuga e dispone a strati le tazzine, un’anziano passa frettoloso, va dietro al banco.
Il gilet è di buon taglio, con piccoli bottoni dorati, la camicia elegante, lui ha l’aria del padrone e uno sguardo sveglio che mi piace.
Anche se l’aperitivo è mediocre, la persona è giusta e alla mia domanda dove andrebbe a cena se casa sua fosse inagibile risponde senza esitazione, alza il braccio e indica in là.

Cento metri da quella parte – spiega – Fanno un ottimo pesce, buono davvero.

Locale piccolo e stasera non ci sarà tanta gente, è appena giovedì.
Stefano in cucina ci sa fare, anche se è giovane, e la moglie fa l’accoglienza e serve ai tavoli.
<< Dite pure che ve l’ho detto io…>> aveva suggerito quello del bar.
Noi, invece, non lo diciamo, non so perchè.
Forse in quel momento mi è sembrato banale.
Cinzia è proprio così: sorridente e simpatica, anche se un po’ timida, e il locale è sorridente, simpatico e piccolo come lei.
Legni scuri, vecchiotti ma risistemati bene, specchi molati, belle lampade e luce quanto basta. E solo noi, Anna ed io e nessun altro.
Forse è Aretha Franklin, che canta in sordina, o forse no, ma il profumo che esce dalla cucina è una delizia che arrotola lo stomaco.
Che pacchia… mi sa che ci abbiamo preso, mormoro a mia moglie, e pregusto ciò che a breve arriverà.
Anche se ancora non so che cosa, so già che sarà perfetto.

Gnocchetti di patate alla pescatora, con pomidorini a ciliegia, vongole, calamari e gamberi.
Un condimento svelto, poco lavorato, come piace a me.
Così i sapori restano vivi e ben distinti pur andando a braccetto.
I colori non se ne vanno e sono una gioia per gli occhi e anche il palato è in festa.
Avverto un sentore di vino bianco secco, ma ben sfumato, forse un sospetto di timo.
Arriva un Vermentino ligure, assieme all’insalata di mare calda con zucchine, fagiolini e patate.

Tutto caldino, nè tiepido nè bollente, caldino quanto basta, tutto “assemblato” insieme, condito con appena un giro di olio locale, paglierino e profumato, adattissimo a valorizzare i sapori delicati degli scampi, i minuscoli calamari e i pezzetti di triglia.
Arrivano anche altre due persone, quella che definisco una “coppia improbabile”: lui, capello brizzolato di un grigio che parrebbe artefatto, attempato ma con l’aria di quello che ritiene d’aver ancora cartucce da sparare, Rolex Daytona così sapete chi sono io, lei venticinque anni di meno, bionda e formosa, in abiti firmati che non sembrano in armonia con la persona e di una taglia in meno del necessario.
Il lampo di un’occhiata dalla nostra parte e un monosillabo in risposta al mio saluto, poi chiedono il tavolo più lontano da noi.

È il momento della specialità del locale: cazzuola di pescato, preparato in tegame con erbette e patate.

Dietro un gusto suadente e fruttato il Vermentino nasconde un corpo da guerriero e, forse, più alcool ancora di quanto l’etichetta racconti.
Ci gira un po’ la testa ma stiamo così bene…
La cena è scivolata via senza intoppi, senza un rumore fuori posto, rispettando tempi perfetti.
Il cuoco, Stefano, ogni tanto metteva fuori la testa dalla piccola cucina e senza parere sbirciava per capire se tutto andava bene ed io, senza parere sbirciavo lui.
Credo che la moglie, riparata dal leggero ciangottìo delle padelle, gli abbia riferito i miei discorsi sul pesce, le nostre aspettative.
Così forse, se non preoccupato, almeno un po’ curioso lo doveva essere.

Arriva l’offerta di un paio di liquori di erbe e mi faccio tentare, giusto per bagnare la lingua perchè non potrei star meglio e non voglio guastare uno stato d’animo tanto magico.

Sì, ci gira un po’ la testa, Anna sorride e gli occhi splendono.
La nostra casa ci aspetta, a pochi metri dal ristorante, ai bordi della scogliera.
Abbiamo lasciato il riscaldamento acceso e il letto sarà caldo.
Forse forse, una tisana bollente.., buonanotte…

Photo credits: grazie a www.golfoparadiso.it

Buoni km a tutti da Alberto Angelici, CAMPERISTA ITALIANO.