Birmania

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16 Ottobre 2020

Birmania

di Alberto Angelici

AMICI CAMPERISTI, un saluto da Alberto il camperista.

BIRMANIA, UN VIAGGIO A RITROSO NEL TEMPO
Tre settimane on the road per le polverose strade della Birmania / Myanmar con moglie e due collaudati amici,  autista e guida-interprete.  Un viaggio attraverso lo spazio e  nel tempo man mano che dalla capitale Yangon ci si sposta  lentamente verso nord. Siamo in un Paese   rimasto chiuso al turismo fino a pochi anni fa da un regime militare duro e dittatoriale che al  momento sembra aver indossato i guanti morbidi…almeno nei confronti dei visitatori, che portano valuta pregiata.

Yangon International Airport. Viaggio lungo e contorto, via Amsterdam e Canton, dove il duty free cinese mi “offre” un caffè mediocre a 5 dollari.
All’esterno l’aria è calda e profumata. Sa di fiori, spezie e polvere. Nelle strade ritrovo il traffico caotico delle città indocinesi. Meno anarchia che a Phnom Penh, forse, dove ti aspetti incidenti rovinosi a ogni incrocio. Ritrovo camioncini decrepiti, tricicli, carretti e autocarri carichi all’inverosimile di merci d’ogni genere. E’ un’umanità variopinta e compostamente indaffarata che ho imparato ad amare nei precedenti viaggi. Solo in questo momento, mentre guardo fuori dal mini-van, il naso schiacciato al vetro, mi rendo conto di quanto mi sia mancata.
Ritrovo i pick-up gremiti di persone aggrappate ad ogni possibile appiglio e come ogni volta prima mi chiedo come facciano a non cadere. Sono i taxi dei birmani e ognuno di loro paga al conduttore la stessa cifra, anche se ha trovato posto sul tetto o sta in bilico sul predellino con la sola punta di un piede.La devozione la incontri a ogni passo, nei gesti della gente, nelle mille statue di Budda, nelle pagode scintillanti d’oro offerto dai fedeli, nei tempietti sparsi nelle vie, a volte di foggia tanto puerile e approssimativa da fare tenerezza. L’attaccamento al culto è una presenza costante, palpabile come qualcosa di fisico. Ovunque poso lo sguardo trovo il rosso bruno d’una tonaca di monaco o il rosa dell’omologo femminile. Uomini e donne, giovanissimi, adulti o anziani, tutti hanno il cranio rasato a zero. Spesso un pentolino gli pende dalla mano. È per le offerte di cibo che ricevono nelle case. I monaci maschi ottengono sempre cibo già cotto, mentre alle monache si offre solamente riso crudo. In Birmania i monaci sono più di un milione, su di una popolazione di quasi sessanta, le donne non votano e di norma percepiscono salari molto più bassi degli uomini.

L’acqua. Ovunque e da sempre l’acqua costituisce la via più agevole per trasportare persone e cose. Il Myanmar non fa eccezione. Canali, fiumi e laghi sono vere e proprie autostrade liquide, solcate da un flusso continuo di imbarcazioni di ogni foggia e dimensioni. Chiatte stracariche di merci, animali vivi, persone, fusti di carburante, casse, rotoli, involti di ogni genere, legname, bambu, motociclette e bici, stuoie intrecciate, sabbia e mattoni cotti al sole, parti di ricambio e sacchi, montagne di sacchi pieni di grano e riso. Sottili e agili scialuppe sfrecciano da ogni parte, spinte da motori spesso di origine agricola o stradale. Sono montati a poppa, di solito su di una piastra che il pilota fa ruotare mediante un palo. Solidale al motore si trova l’albero di trasmissione che termina con l’elica. In tal modo, ogni spostamento dell’intero complesso motore-albero-elica genera un cambiamento di rotta e non serve alcun timone. Molte, specie nelle aree più lontane dai centri abitati e nei laghi, le canoe propulse da un solo remo a poppa che il rematore aziona stando in piedi e utilizzando a volte le braccia, altre volte un solo braccio e una gamba, con la caviglia che tiene agganciato il remo. In tal modo resta libero un braccio con il quale l’uomo può, all’occorrenza, pescare con una piccola rete circolare.

I mercati. In questo Paese i supermarkets non ci sono ancora e proprio ora stanno costruendo il primo. A Yangon. Il mercato all’aperto, fatto di banchi disseminati per un piazzale in terra battuta ha ancora una funzione fondamentale nel tessuto sociale birmano, anche come luogo d’incontro e di scambio. Di mercati, grandi e piccoli, ne incontri ovunque, viaggiando per il territorio. Frutta, verdura, manufatti come i machete e i coltelli da cucina, pesce fresco o essiccato, carne, stoffe, piatti e tegami, stie di giungo dalle quali fanno capolino polli e galline, nei mercati si vende di tutto. Fin qui è come da noi in Occidente dove però non trovi quasi più l’artigiano e i prodotti del suo ingegno, della sua abilità. Quel che nei nostri mercati manca da anni è il martellare sul metallo del battirame o quello più sincopato del ciabattino che rifaceva i tacchi seduta stante mentre il cliente attendeva con i piedi scalzi appoggiati su di un foglio di giornale gentilmente offerto dal bottegaio. Manca il ruvido ronzio dell’arrotino e le frasi allegre e argute con le quali attirava l’attenzione delle massaie. Solo di recente mi sono reso conto di quanto sia cambiato il sottofondo sonoro dei nostri mercatini e di come si sia appiattita la proposta, ridotta la varietà delle merci. Perché sul posto non si produce più nulla, l’artigianato sta scomparendo e la mercanzia è lì, calata sui banchi, silenziosa e immota, spesso sempre uguale, come se tutti gli ambulanti si servano dal medesimo grossista.

Le Strade birmane più importanti sono spesso in buono stato, a volte asfaltate, altre volte in cemento e allora è possibile tenere velocità simili a quelle di una statale europea. La media oraria cala invece molto rapidamente quando arrivi su tracciati minori che i monsoni e l’incuria hanno ridotto a mal partito. Allora, è realistico pensare di percorrere 40/50 chilometri in un’ora, o meno, per evitare buche, carretti, vacche ossute, cani, autocarri o motocarri stracarichi di persone e di merci .
Quando si è in strada, capita di imbattersi in improvvisi rallentamenti. D’un tratto ti trovi fermo, in fila. Nessuno suona, nessuno si agita, tutti attendono con filosofica pazienza, qualcuno scende e s’accuccia nell’ ombra dei mezzi. Se davanti a te il tracciato è avvolto dalla polvere dei carretti tirati da due buoi capisci di essere entrato in un’area di cantiere. Niente mezzi meccanici, intorno, non bulldozer o scavatori o gru, soltanto una quantità di figure che si muovono indistinte nel polverone. Stanno carponi, inginocchiate a terra, il capo chino. Ti rendi conto che fanno qualcosa, in quella nuvola rossiccia alzata dal vento e dal via vai dei carri. Tengono fra le mani attrezzi che al momento non identifichi. Poi capisci che stanno costruendo il fondo di ghiaia di una massicciata e che lo fanno a mani nude. Pezzi di pietra grossi come pugni vengono scelti, uno per uno, da mucchi alti come camion, caricati in caldarelle metalliche che sembrano wok o anche su teli che le donne portano a quattro mani accanto al tratto di strada da rifare. Un reticolo di fili colorati, tesi fra paletti di bambù, indica il livello preciso che lo strato dovrà avere. Nella fase successiva altre donne coleranno il bitume, sempre a mano e con l’ausilio di vecchi bidoni fissati a un manico. Poco distante, una squadra ha nel frattempo liquefatto il catrame appoggiando i fusti direttamente su di un fuoco di fascine. Senza guanti , il capo avvolto in un telo che copre cappello e viso, ai piedi nudi semplici infradito, nessuna protezione. In tal modo affrontano giornate di dieci ore sotto un sole che non scherza. Parlando con loro, scopro che per ottenere quel genere di lavoro serve la raccomandazione di una conoscenza autorevole, perché di un ruolo ambito si tratta, non facile da trovare. Per meno di un euro al giorno. Eppure quando mi avvicino, lampeggiano sorrisi da sotto i cappelli, mi parlano nella loro lingua. Rispondo con lo sguardo e ricambio i sorrisi.

Le contrattazioni commerciali si svolgono in strada o sotto tettoie di stuoie e bambù, più che nelle botteghe, piccole, buie e stracolme d’oggetti. La polvere li ricopre d’un velo di polvere che con il tempo s’inspessisce conferendo loro un unico, identico colore. Su tavoli improvvisati, d’assi recuperate e foglie di palma, donne sorridenti o vecchi senza denti propongono banane piccole e verdi o lunghe e gialle e screziate di nero, ananas e manghi, papaie e altri frutti sconosciuti all’Occidente, cipolle e cavoli. In altre postazioni friggono misteriosi grumi gialli in olio di palma o propongono un dolce locale, zucchero di canna aromatizzato con curcuma o zenzero. Due donne sorridenti arrotolano a velocità incredibile dei sigari verdi come lattuga.
Il lago Inle, è formato in realtà da due distinti bacini collegati fra loro da un lungo canale e si trova al centro del Myanmar a circa 900 mt. sul livello del mare. Lungo una cinquantina di chilometri, ha una profondità media di due metri soltanto. Questo ha favorito la nascita di una serie di villaggi su palafitte di teak a poca distanza dalla riva. Le costruzioni, interamente in bambù e stuoie vegetali, comprendono anche negozi, templi, pagode e qualche ristorante. In tal modo si sono formati dei veri e propri quartieri definiti da canali lungo i quali scorre il traffico di canoe a remi, simili alle gondole veneziane, e scialuppe a motore lunghe spesso più di venti metri. Gli edifici, alti sull’acqua, sono di solito costituiti da due piani, il più basso utilizzato per tutte le normali attività di casa durante la buona stagione. Lì, in ampi spazi aperti e freschi, la famiglia vive, cucina e dorme, consuma i pasti, immagazzina il cibo e altri materiali. Al piano superiore, chiuso da fitte e robuste stuoie e munito di scuri, ci si rifugia nei mesi in cui i monsoni infuriano e la temperatura può scendere sotto i dieci gradi.
Nei pressi di questi agglomerati palafitticoli sorgono gli orti, ma non orti normali, bensì orti galleggianti. SI tratta di vasti graticci di sottili bambù intrecciati s e coperti da uno spesso strato di erbe lacustri e da una crosta di terra presa sul fondo del lago. Su questa base piantano gli ortaggi. E’ normale veder sfilare per i canali le piroghe cariche di terriccio e cesti di pomidoro appena raccolti mentre gli orti ondeggiano al loro passaggio come turaccioli in una pozzanghera.

La Birmania è un Paese che val la pena di visitare. Non ancora corrotto dal turismo di massa, indenne da negozi che propongono Prada e Ralph Laurent, privo di McDonald, offre l’immagine tradizionale e genuina di un Paese asiatico legato a tradizioni antiche, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta.  I bambini non ti corrono incontro per chiedere monetine ma solo per toccarti, per stringerti la mano,  sentire la tua voce e,  dopo un momento di sorpreso stupore,  ridere contenti. Le carte di credito sono per ora relegate a pochi hotel di lusso (e solo se avvisi quando prendi alloggio!), i nostri cellulari non funzionano ma un massaggio, un vero massaggio, può durare anche un’ora e costare appena cinque dollari, la gente è di solito educata e gentile.
In un villaggio del nord, dove la totale assenza di mezzi meccanici crea davvero l’illusione di essere in un altro secolo, una donna anziana si rivolge a mia moglie nella sua lingua, gli occhi spalancati a piattino.
“Ehehe… – ridacchia divertito Myo, la nostra guida –  chiede se può toccarti. Dice di non aver mai visto una pelle tanto chiara, capelli così biondi”.
Mia moglie annuisce, ammutolita dalla sorpresa e anche imbarazzata. La piccola donna alza una mano e lentamente le sfiora il braccio, più volte, timorosa. Aggiunge qualcosa, quasi bisbigliando.
“Dice che sei così liscia…così liscia!”
Un Paese di certo denso di paradossi e contraddizioni, il Myanmar, in bilico fra medio evo e terzo millennio,  dove  un visitatore pranza ad aragosta con appena dieci dollari ma non pensa che per un’operaia quella cifra rappresenta la fatica di due settimane. Dov’è normale che a fianco di una scintillante SUV avanzi lentamente una fila di carretti con le ruote in legno e due buoi davanti. Dove puoi trovare la bottega di un fabbro accanto a un hotel a dieci piani e a poca distanza da un palazzo tutto specchi scorre un fiume solcato da canoe a remi e le capanne non hanno la luce elettrica.
Non aspettare, vacci ora.
Ma ricordati che vorrai tornarci ancora.
Dopo.

Buoni km a tutti da Alberto Angelici, CAMPERISTA ITALIANO.